Scopri il tuo tipo di stress, e scardina l’ansia.

Ho appena finito di leggere un libricino, di quelli fatti bene, trovato a casa di un’amica: “Atteggiamenti mentali e azioni per il successo” di Claudio Scalco e Gianluca Gambirasio (ed. Franco Angeli, 2012). Davvero illuminante per certi versi. Non faccio spoiler, leggilo! La sensazione di base che mi ha lasciato, che ha dato poi lo spunto a questo articolo, è che in fondo, essere stressati, entro certi limiti, non è così nocivo. Mi sono messa l’anima in pace, e faresti bene a farlo anche tu: non esiste una condizione non stressante. Quindi rilassati. Pensi di essere l’unico ad alzarti la mattina, avere la sensazione di partire già in ritardo con la tua tabella di marcia, e nonostante tutto, continuare a correre come un criceto sulla ruota? Tranquillo, sei in buona compagnia. Fa parte della modalità più diffusa di vivere il nostro tempo, nella società in cui siamo. E quindi, che si fa?

Un nemico subdolo non va “combattuto”

Da sempre, sento amici, familiari e colleghi che si lamentano per insuccessi, situazioni pesanti e malanni di vario genere, dovuti allo stress. Io stessa, in alcuni periodi della mia vita, ho creduto davvero di potermi ammalare per colpa di questo “mostro invisibile”. Come sempre, però, l’esperienza insegna: innanzi tutto ho iniziato a capire che la smania di “combattere lo stress”, è già stress. E diciamolo: perché mai, ai vari appuntamenti della giornata, dovrei pure aggiungere, necessariamente, e a incastro, minuti di sauna, yoga, respirazione, e attività fisica, se so benissimo che questo mi comporterà un affaticamento in più? Sarò costretta a comprimere ulteriormente le mie attività, e una volta arrivata a prendermi quei minuti da dedicare a me stessa, mi ritroverò comunque a pianificare quello che dovrò fare dopo, o peggio ancora, a costringermi a rilassarmi. Basta, ho capito che non può funzionare. Il problema è a monte, ed è importante cogliere alcune cose:

  • quale atteggiamento mentale ci può davvero aiutare a evitare l’accumulo di tensioni.
  • come “farsi amico” lo stress, imparando a riconoscerne le tipologie, e usandolo come stimolo positivo.

Ogni giorno, fai qualcosa che ti spaventa.

ELEANOR ROOSEVELT

Il nostro cervello ama l’azione

Che le abitudini uccidano i rapporti, è cosa risaputa. Ma sarò più tragica ancora: le abitudini uccidono il cervello. Per tenerlo attivo, sano, vivo, e dare così un tono diverso ai nostri pensieri, e di riflesso, alle nostre azioni, abbiamo bisogno di stimoli continui, di creare nuove sinapsi, di imparare cose nuove, di poterci immaginare anche diversi da ciò che siamo. Proprio questo, ci rende elastici, schiudendoci nuove possibilità, in ogni ambito: dal lavoro, alle relazioni familiari e di coppia, al rapporto con noi stessi. Riflettiamo: sai a cosa è dovuto, nella stragrande maggioranza, tutto l’affanno che creiamo nelle nostre vite? Al raggiungimento di obiettivi che ci portino a vivere uno status quo di stabilità. Paradossale! Spesso, le nostre scelte importanti, richiedono il dispendio di considerevoli energie vitali: studiamo per anni cose “indispensabili”, ma che non ci interessano affatto, accettiamo condizioni lavorative assurde e relazioni poco gratificanti, sperando che “un giorno” tutto questo ci sia utile, e chi ci porti a ottenere qualcosa, e nel frattempo cerchiamo di trovare qualche boccata di ossigeno, per sopravvivere a questo stile di vita poco stimolante. Una vita spesa ad attendere i weekend, la settimana di ferie a Natale, i dieci giorni di vacanza a Ferragosto, e i piccoli grandi eventi, da poter esibire sui social, che ci sgravano dall’outing (umiliante nell’orgoglio, per le frottole che ci raccontiamo, pur di farci andare bene tutto questo) più palese: stiamo semplicemente vivendo un vita somministrata con il contagocce (volevo dire di merda, ma mi sono trattenuta!).  Mentre cerchiamo disperatamente di fissare qualche punto fermo, che sia un successo professionale, relazionale, o personale, passiamo il 90% della nostra quotidianità, a svolgere azioni note, ripetitive, e automatiche. Il guaio è che, questo meccanismo di ripetizioni, dobbiamo farlo funzionare velocemente, aggiungendo più elementi possibili, sospinti da traguardi sempre più grandi, e questo ci fa sentire degli avventurieri, gli eroi del multitasking. In realtà, la maggior parte delle volte, ci stiamo spendendo per cose che, a guardarle bene, non ci apporteranno nessun cambiamento sostanziale, e sono piuttosto irrilevanti anche ai fini della nostra felicità.

La comfort zone: il richiamo della culla primordiale

No, non voglio accusarti di essere un mammone. Vorrei solo chiarire che razionalmente è comprensibile come ognuno di noi cerchi di mantenere un’omeostasi, a suo modo, agendo in maniera più o meno consuetudinaria. La nostra prima esperienza di cambiamento, è stata a dir poco un trauma. Non puoi ricordartela, almeno non come contenuto mnemonico cosciente, ma è abbastanza facile ricostruirla, e ammettere che, per quanto scorrevole, è stata un vero e proprio shock. Sto parlando della nascita. Andando al di là di tutta l’epica che la tua mamma, o chi per essa, avrà costruito attorno a questo evento, la nascita è stato il tuo primo trauma fisico e psichico. Sei passato, in un batter d’occhio, da un habitat confortevole, accogliente, morbido, caldo, ad un ambiente più freddo, rumoroso; sei stato costretto a respirare con i polmoni; sei stato toccato da estranei, e non proprio delicatamente, e accecato da una luminosità che non ti aspettavi. Questo nella migliore delle ipotesi, se il tuo non è stato anche un parto difficoltoso.

Ciò che si fissa come prima informazione esperienziale in noi, è che cambiare fa male, malissimo. Ed è solo l’inizio: dalla nascita in poi, ogni volta che ci sembrerà di raggiungere un piccolo traguardo, una piccola oasi, una minima comprensione di come funzioniamo, di come funziona il mondo in relazione a noi, arriverà qualcuno o qualcosa a cambiarci le carte in tavola, e a farci sentire prima inadeguati, e poi costretti a riassettare tutto il nostro sistema, in maniera tutt’altro che entusiasmante. Se hai avuto un’infanzia particolarmente confortevole, è naturale che i cambiamenti della vita siano stati (e magari è ancora così), fonte di preoccupazione. Spostare anche una piccola pedina dalla tua scacchiera, può diventare un problema, e modificare notevolmente il tuo umore. Se invece sei cresciuto in condizioni più movimentate e difficili, probabilmente avrai un’indole più dinamica, certo, ma non te la sei passata meglio. Avrai sviluppato la capacità di adattamento, ma è possibile che tu abbia interiorizzato l’angoscia che si prova nel sentire l’ineluttabilità di un avvenimento, a cui non si può fare a meno di adeguarsi, ma non senza la paura che sia, ogni volta, una sorta di “fine del mondo”. E può essere che tu, di questo genere di “cambiamenti”, che percepisci come l’anticamera dell’annientamento, sempre alle porte, sia dichiaratamente stufo.

camaleonte

Il gioco del camaleonte

Proviamoci ogni tanto, a me fa sorridere, ma è un buon esercizio. Quando mi sento sotto pressione, e avverto la sensazione soffocante di dover fare mille cose, o sento di essere travolta da eventi stressanti, che fanno più o meno parte della mia quotidianità, immagino di essere un camaleonte. Il mio “oraqui”, citando l’espressione di un caro amico e mèntore, diventa un esercizio di mutamento, e sintonizzazione con la realtà, in base alle condizioni estemporanee che si presentano. Pensare di assumere, in qualche modo, la forma, le competenze, le caratteristiche, l’atteggiamento necessario in una data circostanza, come mi fa sentire? Riesco a immaginarlo, adattandomi perfettamente alla situazione che sono chiamata a vivere? Se la risposta è si, posso accettare quel piccolo carico di preoccupazione come uno stimolo che mi darà lo sprint per superare al meglio, con il giusto impegno, l’evento per cui mi sto preoccupando.

Stressor, stress, eustress, distress

Considerato che il cervello è programmato per una vita movimentata, ma per molti motivi generiamo resistenze, e quindi affaticamento, vediamo di riconoscere i vari tipi di stress, per capire se c’è qualcosa “da salvare”. Secondo Scalco e Gambirasio, bisogna fare una distinzione tra stressor, stress, eustress e distress. Lo stressor, è ciò che ci porta a disequilibrare l’organismo, l’elemento stressante quindi; lo stress, è lo sforzo con cui ci adattiamo a tale stimolo; l’eustress, è la componente positiva di questo sforzo, utile per incrementare la motivazione, o per aumentare attenzione e concentrazione; il distress, è la componente negativa dello stress, quella che si genera quando lo stress è eccessivo, prolungato nel tempo, e comporta una diminuzione della nostra capacità di reagire e di adattarci. Lo stress in sé quindi, non è né buono né cattivo, è semplicemente un fenomeno naturale, intrinseco alle dinamiche delle nostre vite.

I campanelli d’allarme, che dovrebbero farti capire che sei preda del distress, riguardano la sfera fisica, cognitiva, emotiva e comportamentale. Quando a questi livelli, c’è qualcosa che non è equilibrato, causandoti malessere e disagio, vuol dire che devi adottare un metodo diverso per reagire agli stressor. Prossimamente, approfondirò nel dettaglio questo argomento, intanto, se ti può aiutare, leggi il mio articolo su Archésound, il progetto che messo a punto per aiutare il sistema psicofisico a ritrovare l’equilibrio, attenuando le tensioni, attraverso l’ausilio di suono e respiro. Nei lavori con i gruppi sulla gestione dello stress, cerchiamo di imparare non solo alcune tecniche per arginarne gli effetti, in modo da non sentirci più così sotto pressione, ma anche di renderci consapevoli delle cause di tale meccanismo. Ogni persona reagisce agli stressor in maniera diversa, e questo dipende in gran parte, più che dagli agenti ansiogeni stessi, dalla percezione che la persona ne ha.

Come possiamo alleviare la sensazione di essere “in ostaggio” dello stress?

Innanzi tutto, dobbiamo imparare una cosa basilare: assumere un controllo interno delle nostre azioni e delle nostre vite. Questo vuol dire smettere di sentirsi vittime di condizioni di vita immodificabili, e iniziare a gestire, con la piena responsabilità, e tutti i rischi annessi, ogni scelta che ci riguarda. Così facendo, scoprirai che è molto faticoso decidere e agire coerentemente con i propri desideri, perchè responsabilità fa rima spesso con “lavoraccio”, ma noterai che è una fatica diversa, dalla morsa di non riuscire ad avere il controllo della tua vita. Nei lavori individuali di counseling, e anche con i gruppi, per arrivare alla piena coscienza del concetto che ho appena espresso, i soggetti vengono accompagnati in un percorso di riscoperta delle proprie motivazioni, e dei propri valori, attraverso un analisi dei livelli logici di percezione della realtà. Un lavoro articolato, ma anche emozionante e profondamente trasformativo. Riscoprire il proprio Sé, nelle sue qualità essenziali, aiuta a chiarire anche le direzioni più consone per le nostre vite, evitando di scegliere inconsapevolmente, situazioni esistenziali che non ci rispecchiano, e di conseguenza, ci causano disagio.

Alcuni consigli pratici

Nell’immediato, ci sono alcuni “trucchetti” di cui ti puoi servire:

  • Prefiggiti obiettivi raggiungibili, alla tua portata.
  • Cerca di modificare gli schemi mentali, a livello cognitivo, sull’interpretazione che dai alle tue esperienze. In altre parole: dai il giusto peso alle cose.
  • Cerca il sostegno e l’aiuto delle persone a te care, non fare l’errore di voler fare sempre tutto da solo, o di voler dimostrare di farcela ad ogni costo.
  • Pianifica e organizza la tua vita, ma non lasciarti assorbire da piani, tabelle e promemoria (conosco persone che passano più tempo a pianificare la vita, che a viverla realmente!).
  • Circondati di persone e cose che ti fanno stare bene. Avere il più possibile un tono d’umore positivo, ti renderà più energico per affrontare i tuoi impegni. Ricordati che puoi scegliere!
  • Rivendica il tuo diritto a “imbambolarti” ogni tanto! Non vergognarti di ammettere, in qualche occasione, che non stai facendo niente, anzi, goditi fino in fondo quell’istante, tanto sai benissimo che non durerà a lungo!

Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla

MARTIN LUTHER KING

 

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